A Tor Vergata …

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attraversiamo i campi incolti per misurare spazio e tempo dell’area di studio

All’esplorazione curata da 2a+p hanno partecipato una trentina di persone. Il tutto e’ durato 4 ore: dalle 15.00 alle 19.00. Cielo sereno. 25 gradi Celsius. Gironzoliamo attorno al 41° 51′ / 12° 37′. Di seguito il fotodiario …

Sono all’ingresso della facoltà di Scienze Matematiche di Tor Vergata. Respiro l’aria tersa di inizio primavera: mi chiedo come mai vedo margherite nel prato curato e non un parcheggio per la mia macchina che sia senza abuso di un angolo di verde.
Mi chiedo perché in macchina io sono dovuta arrivare all’università, pur di risparmiare un’ora di metropolitana. Inizia subito il nostro cammino nella periferia “speciale” vicina alla seconda città universitaria. Inizia a piedi, e su una strada a scorrimento veloce.

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Perché, qualcuno mi dice, questo campus è stato pensato per essere attraversato dalla grande infrastruttura. Allora, fermandoci nel campo di fieno davanti a ingegneria, io vedo l’erba incolta e avverto la città mancare.

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Però ho il presentimento del cemento che verrà ( verrà ? ). Dove e come? Mi chiedo. E perché soltanto successivo al concepimento della città universitaria? La vivo, l’università di Tor Vergata, frequento un master proprio a ingegneria. E so che non ci sono aule adeguate, perlomeno non abbastanza.

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Però mi fermo e c’è un enorme spazio avanti al monumento di Nervi (lo scafo in fibro cemento). Lì una pista di go-cart, io non le conosco bene, definita da pneumatici e tubi di gomma, stimola la mia fantasia.

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In fondo è particolare questo spazio completamente aperto sulle “stecche” di edilizia economica e popolare che in città avrebbero meno impatto visivo. Il cammino continua oltre il Policlinico. Nella parte più a sud, il tessuto residenziale ( se la sporadicità consente l’uso del termine tessuto ) si fa meno denso. Abusivo. E tra gli orti delle case e i cani che abbaiano io posso conoscere l’architettura di Ian+

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e di Italo Rota ( la sospensione del soffitto oltre le colonne mi regala una riflessione sull’architettura del mio occidente, sulla storia, sulla mia passione ).

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Poi, a concludere il viaggio, quasi un’immersione nel mare verde, che facciamo per tagliare la griglia infrastrutturale.

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La sensazione è bella, perché sento l’odore dell’erba e perché posso notare i volumi bianchi della chiesa di ateneo stagliarsi nel verde e nel blu del cielo, rispettosi delle pure geometrie. Ma non ho l’occasione di essere viaggiatrice ogni volta che sono studente, e questo è un percorso di fortuna.

Giovanna Bolletta (testo), Daniele Mancini (immagini) | Unpacked

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